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Lie to me, o dell’importanza delle micro-espressioni

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lie-to-meArriva finalmente su Fox (canale 110 Sky), dopo un battage pubblicitario senza precedenti, la serie che ha lanciato il grande Tim Roth nell'olimpo delle star che dal cinema sono passati alla tv: Lie to Me, lo show targato Fox USA che segna (assieme a Dollhohuse) l'inizio della stagione 2009/10 per la tv satellitare specializzata in serialità televisiva.

Creato da Sam Baum, lo show - come ben si sa - vede al centro Cal Lightman, uno straordinario analista di espressioni facciali, dalle quali è in grado di capire chi mente e come: ha per questo messo su una società scientifica con la quale aiuta polizia e procura a catturare criminali e incastrare colpevoli. Non molto di nuovo sotto il sole, oltre a rimpolpare il bagaglio di serie che si fanno forza sul bagaglio scientifico della criminologia, mescolando il thriller con la psicologia spicciola, ,a tutto piacevole e ben fatto, a partire dal pilota. 
Ovviamente la cosa più interessante è la premessa, cioè il "potere" del protagonista, capace di capire quando arriva la menzogna studiando le espressioni facciali e corporee, e che Cal usa non solo per fini legali o investigativi, ma anche nel suo rapporto con i familiari e gli amici - ovviamente con la figlia adolescente - innestando riflessioni sulla persuasione e i differenti modi di vivere e reagire alle situazioni. E più in filigrana, anche grazie all'innesto di immagini ed esempi celebri, un ritratto dell'America come terra della menzogna e della società attuale come luogo in cui il potere e il successo sono figli, soprattutto, della bugia.

Un prodotto medio in cui il termine significa talento e professionalità: sceneggiatura che lavora su caratteri e sfumature, sul carisma di personaggi e sulla natura metalinguistica dei dialoghi in cui s'instaura un gioco quasi ipnotico di persuasione che risulta alla fine vincente, anche se priva di un vero e proprio sviluppo lungo gli episodi; la regia non dà particolare sfoggio di inventiva o ritmo, ma sa condurre con consumata abilità il gioco e i suoi giocatori. Che, ça va sans dire, ruotano tutti intorno a un Tim Roth in forma e convincente, che sfoggia i suoi tic e i suoi vezzi interpretativi senza indugiare nel gigionismo, ma anche senza rendere memorabile, almeno per ora, il suo personaggio. Un discreto intrattenimento psicologico di cui però la Fox ha saputo far tesoro, dandogli la possibilità di avere una seconda stagione, che si spera ancora più incisiva della prima.


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