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Sanremo - Terza e quarta serata

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SANREMO60_logo_uffGirata la boa di metà festival, ci si avvia al finale, le eliminazioni si fanno pesanti e si assegnano i primi premi. Ci scusiamo per non aver pubblicato l'articolo sulla terza serata: sì, magari bella per i duetti, c'erano veri cantanti, c'era spettacolo, c'era Nilla Pizzi, pensate un po', però di sostanza non ce n'è stata moltissima. E poi il clou della serata, i ripescaggi, hanno fatto tornare in gara il trio degli orrori Pupo-Filiberto-Canonici e Valerio Scanu, avvantaggiato dal duetto con Alessandra Amoroso. E'stata anche la serata celebrativa del Festival con moltissimi ospiti che hanno cantanto canzoni storiche del Festival. Inoltre si è definita la lista dei finalisti nella categoria giovani: Jessica Brando (che non aveva potuto cantare perché minorenne dopo mezzanotte), Toni Maiello, Luca Marino e Nina Zilli.

E la quarta serata ha proprio il compito di eleggere il vincitore delle nuove generazioni e di sancire i 10 finalisti nella categoria maggiore: l'apertura è affidata a Bob Sinclair, dj francese che ha imperversato tutta l'estate col suo fischietto e che qui porta un cantante che pare reduce da una notte a Ibiza; gli andrà peggio dopo, quando lo affiancherà un'incredibile Antonella Clerici vestita di pelle nera, a cercare di ballare come fosse Madonna deformata. In quell'immagine sta tutto il provincialismo della serata: Clerici prova a fare la giovane ma non sa nemmeno camminare coi tacchi e dici parole insensate come "festa postmoderna" e "serata rock", oltre a ripetere "seratona pazzesca" una ventina di volte.

Se poi si aggiunge la presenza di un relitto di Zelig come Giovanni Vernia, alias Johnny Groove, inqualificabile guitto che non articola suoni, figurarsi battute, il quadro è completo; meglio concentrarsi sulla serata, che vedrà - oltre alla finale dei giovani - la semifinale dei big, che si presentano sul palco con amici, artisti, performer che dovrebbero arricchire le canzoni. Ma non lo fanno nella maggior parte dei casi, né le cambiano più di tanto, anche perché da rape non si può cavare sangue né idee.

E poi i grandi ospiti della serata: Jennifer Lopez, che si agita nel presentare il suo nuovo singolo e poi, dopo un tediosissima intervista (in cui la conduttrice dice curiosamente che la tv rende più belli, ma forse lei fa eccezione), canta un medley dei suoi brani migliori: come si superino i 5 secondi resta un mistero, ma dimostra che la serie C americana resta migliore della presunta serie A italiana. Poi c'è Cristiana Capotondi a sponsorizzare la sua nuova fiction e i Tokyo Hotel, gruppo inascoltabile che, sa dio come, è adorato dalle ragazzine. Invece crediamo di aver capito perché gli italiani, ascolti auditel alla mano, apprezzino Antonella Clerici: perché ha tutti i tratti comuni e i difetti dell'italiano medio, in primis ignoranza (basta sentire il suo parlare inglese) e l'incompetenza (goffa, come il ritmo del programma).

La gara tra i big ha fatto registrare la vetta più alta di fischi, grida e disapprovazione dal pubblico dell'Ariston che il sottoscritto ricordi e la causa di tutto questo sono state le eliminazioni (o meglio il nome infausto di chi è andato in finale): Enrico Ruggeri con i Decibel (il suo primo gruppo, con cui esordì con la mitica Contessa), la cui canzone guadagna di minuto in minuto e il cui inizio New Wave è manna per i fans, e Fabrizio Moro con Jarabe de Palo e Dj Jad, autore di un reggae pseudo-civile che ha poco da dire e non guadagna se ti affianchi a un barbone clownesco a fianco.

In finale sono arrivati:

•   Malika Ayane con Sabrina Brazzo: come dice Clerici, la sua canzone sa di cose antiche, di velluti e tessuti preziosi, ma anche di stantio e il suo vestito lo dimostra.

•   Simone Cristicchi coi minatori di S. Fiore: sembra la versione per le masse di Caparezza, anche per via della sezione fiati, e il suo è il pezzo più divertente del festival.

•   Irene Grandi con Marco Cocci: o è giù di voce o non ha saputo adattarla alla canzone, rendendo fin troppo evidente - anche a causa della doppia voce - l'influenza dei Baustelle.

•   Marco Mengoni col Solis String Quartet: appesantita nella prima parte dal nuovo arrangiamento, col cantante che non riesce a calibrare la potenza della voce con l'intimismo degli archi, ma poi l'originalità si fa sentire. Sul guardare ci asteniamo.

•   Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici con Marcello Lippi e le Divas (la causa delle messe di fischi): un'operazione intellettualmente spregevole, in cui l'arrangiamento da camera fa il paio col testo sui mondiali, cambiato per l'occasione e un coro vergognoso. E tutto questo per perorare l'indegna causa patriottica del finto nobile. E Lippi, cosa c'entra con tutto ciò?

•   Irene Fornaciari e i Nomadi con Mousse T e Susie: canzone dall'andamento ripetitivo, affetta per altro dalla mania paterna di rubare idee, suoni, melodie da canzoni altrui. E i capelli del cantante sono agghiaccianti.

•   Valerio Scanu con Alessandra Amoroso: la bella voce della cantante non rende più gradevole un pezzo senz'anima, dal testo stupido.

•   Arisa con Lino Patruno: una canzone deliziosa che il dixieland di Patruno rende ancor più irresistibile.

•   Noemi coi Kataklò: sembra Lamù in abito da sera, ma la canzone ha un dignitoso ritmo disperato.

•   Povia con Marco Masini: versione acustica, per piano e chitarra, che dimostra la furbizia di chi sa come si vince un festival, e la presenza di Masini ne è la riprova. La bambina che balla però, è inqualificabile.

I giovani vedono la vittoria di Toni Maiello, solito figliastro della tradizione napoletana che si discosta dalla neo-melodia per approdare a una ballata anonima, sul volto e la voce efebica. Gli altri finalisti dimostrano l'incapacità autoriale dei musicisti e produttori italiani, che da almeno 15 anni non sanno più fornire vivai decenti alla musica italiana: Jessica Brando è un'inutile e imbalsamata liceale dallo sguardo perso, dalla voce smunta e dal look cadaverico, Luca Marino, altra assopente ballata, meno pop e più cantautoriale, ma sempre anti-musicale, e Nina Zilli (vincitrice del premio della critica), brano già sentito, che si rifà a Mina e Patty Pravo, ma almeno è un già sentito di qualità.

Manca solo la serata finale, non sentiamo alcuna attesa, se non quella di poter accendere la tv e sentir parlare di qualcos'altro. Magari di musica vera. O di vita, più che di Carla Bruni.


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