Diciamo la verità, non esistono più fans di Sanremo o di quella musica italiana che non abbiano almeno 55 anni, e a chiunque voglia commentare Sanremo piace tanto più brutto e possibilmente trash. Capite da soli che se si affida la conduzione a una conduttrice di seconda fila, una donna berciante e matronale che si è dilettata solo di fornelli e bambini e sogni scartati da Raffaella Carrà, il risultato di basso profilo è assicurato. Tanto più se il tuo valletto è Cassano.Non a caso, per confondere gli spettatori, lo spettacolo comincia con Bonolis e Laurenti, gli unici che hanno provato a dare una svolta ai Festival passati: certo, sono imbrigliati in un copione che li costringe a fare le solite cose, dissertano di funzioni corporali e sesso tra canguri, ma almeno hanno verve. Potrebbero regalarne un po' alla conduttrice che entra, di rosso vestita, tra finti fuochi d'artificio, e dimostra subito di non saper portare né abito né scarpe col tacco.
La 60° edizione del Festival, almeno nella prima serata, si fa notare per una costruzione piatta e lineare, senza stravolgimenti, che porti fino alla fine senza alcuno scossone: i cantanti uno via l'altro e gli ospiti con loro, senza momenti di spettacolo che possano spezzare o accelerare il ritmo: un Cassano ripulito, che pare aver studiato la parte ma che alla terza volta che nomina Gigi D'Alessio e una sua canzone viene voglia di dare ragione a Lippi, che non lo vuole tra i piedi (per altro l'osceno cantante napoletano, scopriamo in un promo, sarà protagonista di uno show di prima serata: controllo il passaporto); Susan Boyle che sfodera voce vellutata e aspetto da zia sfigata e Dita Von Teese, che fa tornare il mondo ai tempi di Totò di notte, quando si pensava che un po' di pelle esposta avrebbe cambiato il mondo e un regia che, chissà perché, lascia ampio spazio a destra delle inquadrature.
E infine lei, la Antonellina nazionale, conclamata conduttrice di poca personalità che si dimostra pure pessima showlady: tiene il carisma al minimo, fallisce ogni alleggerimento ironico, vorrebbe creare pathos (per esempio parlando di Morgan) senza averne il senso - al contrario di Bonolis - e si inventa anche un'insopportabile finta suspense tra uno stacco e l'altro: d'altronde a ognuno il suo e forse le prepareranno delle tavolette da sagra del culatello, per le prossime puntate.
Ma il cuore, malato e senza un battito, della serata sono stare le esibizioni dei 15 cantanti, di cui tre eliminati, un parterre di nomi che pare una versione da Bagaglino del panorama della musica italiana, da cui vengono esclusi Toto Cutugno, che non azzecca una nota ma fa sorridere per il breve tentativo (la fisarmonica) di reinventarsi chansonnier, Nino D'Angelo, che porta un tipico etno-folk più debole del solito ma con un break piacevole, e l'immondo trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Caononici, che presentano un testo assurdo scritto dallo stesso pseudo-nobile (ché il nonno non gli concesse titoli nobiliari) che inneggia a Dio, Patria e Famiglia cercando di irretire una certa classe politica, ma disgustando tutti gli altri e facendo sperare in un nuovo, sacrosanto esilio (che il giovane Savoia non ha mai subito, per inciso).
Il resto delle canzoni vanno lisce come l'olio di ricino, appunto. In ordine d'apparizione:
- Irene Grandi, che ha comprato una discreta canzone ai Baustelle, più che farsela scrivere.
- Valerio Scanu, relitto da talent show, che porta una canzone talmente piatta e floscia che si farà dimenticare anche dalle quindicenni.
- Arisa che, con la solita mise da cartoon, cita le sorelle Bandiera e porta una marcetta country molto piacevole.
- Marco Mengoni, una sorta di Camerini dei giorni nostri, che ha 'eliminato' scritto in fronte, ma poi smentisce tutti.
- Simone Cristicchi, tornato ai tempi in cui voleva impalare i villeggianti con l'ombrellone, che colpisce nel segno sfottendo tutto e tutti, persino la prémière dame.
- Malika (e la sua solita patata in gola), con una canzone che forse ha bisogno di 2-3 ascolti prima di assimilarla, a patto che non ci si assopisca prima.
- Enrico Ruggeri, uno dei pochi elementi di classe, che è giù di voce e ispirazione ma ha un tono familiare che non dispiace.
- Sonohra che, perdonateci, abbiamo già rimosso mentre cantavano.
- Povia che fa gesti plateali e melodie ruffiane all'inverosimile, ma almeno non offende la dignità umana.
- Irene Fornaciari coi Nomadi, non male anche se con molta poca carica.
- Noemi, che porta una canzone ridondante, ma con una voce che intriga.
- Fabrizio Moro, che mescola Povia e Cristicchi e pensa che basti un trallalla per fare breccia.
Poco più di tre ore dopo l'inizio ha sonno persino la Clerici - che va a letto presto, si "droga" di caffè ristretto e forse fa il bagno nel milione e mezzo di compenso - figuratevi noi.







