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Sanremo 2009: cronaca della prima puntata

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sanremo2009Quante volte, dopo una sbrodolata di Pippo Baudo o un polpettone di Raffaella Carrà vi hanno detto che questo era il Sanremo della svolta, del rinnovamento, del cambiamento definitivo? Giunti al numero 59, il Festival stanco e svuotato per definizione vede l’arrivo del Bonolis bis, l’unico a quanto pare in grado di destare di nuovo l’attenzione del pubblico e i primi dati parlano di più di 14 milioni di spettatori. Dati che non si ricordano, negli ultimi anni.

Cambiamento? Svolta? Certo, non c’è più lo stacchetto storico che accompagnava i cantanti e il programma dentro e fuori dai blocchi, la grafica è più moderna, vicina all’Internet style, e sul palco la disposizione di giuria e orchestra pare un po’ più moderna. Ma se fosse davvero moderno non se lo filerebbe nessuno, sarebbe una sorta di Festivalbar in frac. E infatti il Festivalbar, pur in jeans e t-shirt, non se lo fila più nessuno.

Bonolis fa esattamente quello che ha sempre fatto e per cui è il presentatore più pagato d’Italia: prendere un contenitore ultra-classico e ultra-rodato per svecchiarlo col suo altalenante umorismo, col suo marchio di fabbrica che mescola alto e basso, cultura e macchiette, citazioni e trivialità. Benigni e Povia, per intenderci. Funzionerà pure, con tutte le annesse discussioni sulla sua furbizia, ma se la stessa formula si dilunga per più di 4 ore, fino all’una e trenta, si ha un bel dire: la noia e il sonno sopraggiungono. Puntuali.

Inoltre dovremo anche parlare del nocciolo, cioè la musica, le canzoni, la gara. Ora se ci vogliono spacciare per rivoluzione Al Bano, Pupo, Leali, Zanicchi, condendoli con giovani che hanno riportato indietro di 30 anni, mi sa che devono far partire un programma nazionale di lobotomia. Qualcosa sarebbe cambiata nella struttura del programma: giuria di 300 membri (eran trecento, giovani e forti, e per non fargli fare la fine dei pari numero alle Termopili li hanno scortati) presente in teatro, tre eliminazioni al giorno, i giovani dilazionati un po’ per volta, a ore improponibili. Cioè il regolamento degli anni ’60. che erano gli anni della rivoluzione, se non sbaglio.

La sbandierata apertura è con Mina, segno della voglia di Paolino di fare il botto, più che di sparigliare il gioco: fuochi d’artificio, certo, ma cantare Nessun Dorma in un video, non è propriamente il benvenuto che i 14 milioni di spettatori, forse si aspettavano. Al contrario di Benigni che, circondato dalle polemiche e da qualche fischio ogni volta che nomina Berlusconi, fa ciò che ci si aspetta da lui: satira varia e più o meno ficcante accompagnata da un momento toccante, ma per una volta, necessario: la lettera di Oscar Wilde al suo amante. Morte e amore. Alla faccia di Povia (va detto che, ospiti a parte, l’attesa è tutta sua).

E cominciamo con la gara, dicono che sia il clou della serata: Dolcenera, magra e porcellanata come una bambola di Valeria Rossi, canta un pezzo ballabile e orecchiabile, banalotto, ma divertente, mentre Fausto Leali sempre più roco, nono solo nella voce ma anche nell’animo, propone una canzone patetica sui figli che crescono e lui che invecchia. Manco fosse Cutugno. Marco Carta, sebbene la ragione si rifiuti di crederlo, parte da favoiriti, per il fenomeno Amici che ha alle spalle (perché la finale la condurrebbe De Filippi?), e per le bimbe adoranti. La canzone è quello che è, per i fans, mettendo tutti i 4 elementi, come fosse l’oroscopo di Paolo Fox. Però le citazioni da Baglioni, in un brano solo, sono un po’ troppe.

E un po’ troppi sono i medicinali, l’alcool o chissà cosa assunti da Patty Pravo, che arriva stravagante e con la bocca impastata a stonare quante più note possibile, non facendo capire se il brano è bello o delirante. I cantanti sono di meno, e quindi Bonolis ha più spazio per frizzi, lazzi, siparietti comici scadenti (se la spalla è Laurenti...), citazioni da Calvino e Pavese, per giocare con pubblico e orchestra. E purtroppo anche di collegarsi coi monaci sandinisti all’Onu. Aspettiamo con paura che arrivi un altro cantante mediocre a lucrarci sopra, come fece Povia col Darfur (sono un maestro nel far crescere la suspense, no?).
Marco Masini s’è rotto i cosiddetti dell’Italia, e ce lo dimostra con la più italiana e sfacciatamente antica delle canzonette, per testo e musica. Ma non sembra che ci sia nessuno a trattenerlo, anche se il suo pezzo può piacere. Non si capisce invece perché un grande cantante come Francesco Renga si stia relegando a erede di Albano, a Claudio Villa dei nostri tempi: e torna lo spettro di Verdi (dilegua o notte...). Come gli sarà venuto in mente?
Stessa domanda che ci viene da porre a Pupo, Paolo Belli e Youssou N’Dour, che fanno trionfare il politically correct, ma senza avere né musica né voci decenti, a parte quella del senegalese, che però non si capisce cosa dica e in che lingua. A proposito di pesci fuor d’acqua, si chiede ufficialmente l’intervento di qualche comunità per proteggere la residua dignità di Luca Laurenti.

Chi dignità non ne ha mai avuta, e se ne vantano in giro, sono i Gemelli DiVersi, che riesumando l’ orribile voce sintetizzata cantano una sorta di rap pseudo impegnato che fa il paio con la filippica di Masini. Senza che si dica qualcosa di minimamente interessante. Un preghiera laica la definiscono. Loro sono solo laidi. Al Bano è coerente, il suo pubblico è quello degli over 70 privi di gusto musicale: ma probabilmente alle 23,30 già dormono. Purtroppo non saranno svegliati dagli Afetrhours, che cercano di sabotare i luoghi comuni della forma canzone e convincono. Non chi conta, però, cioè la giuria. E infatti li fanno fuori, come Iva Zanicchi (assieme a loro Tricarico, che fa di tutto per non farsi capire, nemmeno da chi lo apprezza), che perlomeno ha una signora voce e porta un testo abbastanza sorprendente. Mina è nell’aria, lo sentiamo dal brano di Iva, si sente nel pezzo di Di Battista e Nicolai, pop esotico su base mazzata, come negli anni’70, scritti però da Jovanotti.

Il momento del disgusto è arrivato, e non è da solo: prima entra Povia, che canta un brano parlato sui gay patetico, vergognoso nell’uso dei luoghi comuni psicoanalitici, ipocritia nell’uso dell’alibi di raccontare “solo una storia”, subdolo per come fa coincidere le parti dell’amore gay con la drammaticità dell’arrangiamento e la melodia solare con il ritrovato gusto per le donne. Indecente, come Sal da Vinci, ennesimo presta faccia con cui Gigi Dì’Alessio impone annualmente la sua presenza, alla faccia di chi non crede che nel suo potere, contrattuale e non, non vi sia del marcio.

Oltre al festival vorrebbe svecchiarsi anche Mario Lavezzi, assieme ad Alexia, ma il brano ha un andamento un po’ troppo tronfio. Qui finisce la gara. Il baraccone può dirsi funzionante, anche se sarebbe il caso che Bonolis la smettesse di voler fare il presentatore brillante all’americana, essendo il programma inadeguato.
Il resto sono Katy Perry, l’ennesima straniera spesata che almeno prova a fare i Queen e quattro ragazzi mandati allo sbaraglio a l’una di notte, tra cui una “virtuosa” dalla voce modaiola, la figlia di Zucchero, un’egocentrica sbarazzina e un devastante clone, per sembianze e stile musicale, di Riccardo Cocciante; i nomi non ce li siamo annotati. Il sonno c’impediva di alzare la penna.


Emanuele Rauco e Emiliana Santoro

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