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Requiem city, del superamento di molte barriere

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                              *** 1/2

Abbiamo già trattato qua e la del fatto che gli Stati Uniti, nonostante lo stato di grazia della loro industria televisiva, non sono più gi unici produttori di cultura televisiva al mondo: o meglio la lora enorme espansione commerciale ha fatto si che anche luoghi generalmente meno baciati dalla fortuna potessero riuscire a dare vita a validi prodotti di fiction televisiva. Anche, ed è il dato più rilevante, fuori dall’Europa
Per questo desta molta curiosità l’arrivo sugli schermi italiani di Requiem city, miniserie in 13 episodi (trasmessa da FoxCrime, il mercoledì alle 21,00, più repliche), prodotta dalla HBO per il mercato argentino ed arrivata ad avere un successo mondiale in virtù dell’azzeccato melange tra formula produttiva americana e realizzazione ispanica.
La serie racconta della spietata caccia ad un macabro serial killer, che uccide dopo aver lasciato in evidenza le lapidi dedicate alle sue future vittime (da qui il titolo originale Epitafios, epitaffi). Vittime uccise in modi piuttosto raccapriccianti e, non casualmente, collegate tra loro da un persona.

Creato e scritto da Valter e Marcelo Slavich, e diretto da Alberto Lecchi e Jorge Nisco, un thriller teso, malinconico e molto cupo, più vicino alla matrice europea del genere che non alle spettacolarizzazioni (per quanto di classe) dei prodotti USA – e per questo molto HBO style – che racconta una caccia all’uomo in cui, come in ogni corsa al killer seriale, vengono messi in gioco per prima cosa i sentimenti ed i pensieri dei cacciatori, in vengono messe in discussione le certezze della professione e dell’indole, ed in cui – come in ogni psicoanalisi che si rispetti – più ci si avvicina all’abisso più si deve riemergere con i propri valori. L’impianto è tipico del thriller psichico e violento, ma fortunatamente gli autori, più che concentrarsi sul gioco del gatto col topo, forzando così le reazioni dei personaggi, si concentrano sulle ferite dei protagonisti (soprattutto dell’ex poliziotto e tassista Renzo Marquez), sulle quali si basa l’intera storyline e con cui gioca il killer, sadicamente.
Un prodotto medio di buon livello, scritto con intelligenza, senza svendere il proprio background culturale ai dollari americani (come ha fatto notare anche Aldo Grasso), e ricco di tocchi curiosi ed inaspettati (come la strana relazione tra Renzo ed un travestito, suo cliente di taxi), che ha l’unica pecca nella regia un po’ monocorde e non eccelsa nel ritmo, che a volte sembra non avere il guizzo per vivacizzare le scene di raccordo, quelle in cui non c’è suspense (che invece è di ottimo livello, come nel finale del pilota). Il resto però funziona piuttosto bene.
Anche per merito di un gruppo di collaudati attori, non sempre conosciuti, che riescono a reggere una storia del genere con naturalezza, creando una sorta di compartecipazione col pubblico, che in storie del genere a volta è negata dall’esagitazione dei toni o dei personaggi: da segnalare il protagonista, Julio Chavez, ed il veterano Luis Lusque (più l’arrivo a metà serie di Cecilia Roth, nota per Tutto su mia madre, di Pedro Almodovar). Una serie niente male, che non esaltando, riesce ad intrattenere e coinvolgere, ed aiuta la scoperta di un mercato che può emanciparsi dalle telenovelas e dal folklore di solito esportato.

Emanuele Rauco

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