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The comeback, dei corti circuiti della nuova televisione

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Come ben sanno coloro che s’interessano di teorie della comunicazione o semplicemente di correnti dell’arte moderna, questa è l’età del postmoderno, dell’ibridazione, del crogiolo di linguaggio, specie se parliamo della comunicazione di massa, terminale per eccellenza dei mix e delle fusioni della cultura contemporanea.
Questo ragionamento, su cui saggisti e teorici hanno speso fior di parole, deve essere stato alla base della creazione di The comeback (il ritorno), la serie della HBO trasmessa da Comedy central, la domenica alle 17 e che ha segnato il ritorno (guarda caso) di Lisa Kudrow dopo la gloriosa fine di Friends. Ritorno però non proprio bagnato dalla gloria.
La storia è quella di Valerie Cherish, stella delle sitcom televisive che vive di passato alla quale offrono due show contemporaneamente: uno è una sitcomedy in cui passerà da protagonista a vecchia zia, l’altro è un reality show che impietosamente documenterà questo ritorno sulle scene.

Creata da Michael Patrick King (uno dei pionieri della tv di qualità con Sex & the city), che l’ha anche scritta, diretta e prodotta, una commedia moderna e teorica su cos’era e cos’è diventata la televisione e sul nuovo star system che si è venuto a creare, mettendo in scena l’interessante punto di vista di un’ex stella che è passata quasi senza accorgersene da giovane 30enne a matura 40enne.
Tutta girata in video (come le sitcomedy classiche), vista dalla soggettiva della troupe che riprende lo show, è un curioso tentativo di riflettere sulle nuove forme della nostre tv, su come esse interagiscano con la realtà, come arrivino a spettacolarizzarla e manipolarla, come si rispecchino – più o meno consapevolmente – nella vita dei protagonisti (impossibile fare un paragone ironico con la stessa Kudrow); per farlo King prende in prestito l’humour della quotidianità e degli equivoci, fin troppo debitore di Ricky Gervais (The office, Extras) o ancora di più di Larry David (Seinfeld, Curb your enthusiasm).
La serie è di sicuro interesse, ma purtroppo non riesce a pieno nel suo intento primario (quello di far ridere), perché il bagaglio teorico ed i viavai semiotici tra messinscena, documentario e false realtà finiscono per togliere spazio al godimento ed alla bravura della protagonista, anch’essa soverchiata da una serie di riferimenti e riflessioni, di imbarazzi e speranze che non riescono a confluire del tutto in un vero personaggio.
Più consigliato agli studiosi, che agli amanti della commedia.

Emanuele Rauco


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