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Close to home, del pericolo della vita familiare

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In un panorama televisivo, in quella che è stata definita una nuova età dell’oro, fitto di novità, rivoluzioni, spostamenti verso il futuro dei limiti del filmabile e del raccontabile, a volte capita d trovarsi di fronte un prodotto che invece sembra avere i piedi ben saldi nel passato. E senza che questo sia necessariamente un difetto.
Stiamo parlando, nella fattispecie, di Close to home, serie poliziesca-legale (in onda il lunedì, su Rai 2 alle 21,00) creata da Jim Leonard e che pare riportare lo spettatore, per tematiche, situazioni, strutture narrative ai tardi anni ’80, quando essere donne ed avere un lavoro poteva essere un problema.
Infatti la protagonista, Annabeth Chase, è un’assistente procuratore distrettuale che torna al lavoro pochi mesi dopo il parto; e qui, oltre alle difficoltà fisiche e psichiche dell’alternare lavoro e famiglia, si troverà di fronte a casi che metteranno il suo spirito piuttosto in crisi.

Scritta da Leonard, diretta da Kevin Bowling (con apparizioni alla regia di Emilio Estevez e Simon West) e prodotta da Jerry Bruckheimer, la serie è un tipico dramma legale con forti componenti poliziesche che racconta casi oscuri che hanno a che fare col mondo familiare della quieta classe media americana e, come in uno specchio, descrive la difficoltà femminile nel dover gestire mondi tanto diversi e collidenti tra di loro.
Ambientata ad Indianapolis, e spartanamente divisa tra casa Chase e la procura (il titolo, infatti, significa “vicina a casa”), la serie è uno spaccato sul mondo femminile, sul lavoro e gli affetti, su come la vita di una donna sia troppo spesso questione di scelte e sacrifici che non tutte, per fortuna, hanno voglia di compiere: mettendo in contrasto tra loro Annabeth ed il suo superiore Maureen Scofield (colei che avrebbe approfittato della maternità di Chase, per soffiargli la promozione), Leonard mette a confronto due modi opposti e problematici di intendere la femminilità.
Fortunatamente però, non continua a reiterare gli obsoleti modelli della donna o solo mamma o solo carrierista, ma prova ad indicare una soluzione alternativa, praticabile a patto che l’uomo diventi fattore attivo della maternità (come già descritto, e meglio, da Medium o dalla famiglia Scavo in Desperate Housewives). Per questo all’inizio si parlava di anacronismo da anni’80, sensazione aumentata anche dalla rigida struttura autoconclusiva e da regie molto corrette e ligie ai doveri televisivi (anche se la produzione di Bruckheimer garantisce un notevole tasso di professionalità).
In compenso le trame e le storie raccontante sono piuttosto avvincenti e le emozioni ben calibrate; soddisfacenti, pur senza picchi, le interpretazioni dove spicca Kimberly Elise (l’autoritaria Maureen) e dove si ritrova Jennifer Finnigan, che dopo il periodo in Beautiful aveva fatto le prove generali con un ruolo in Crossing Jordan. Nulla di nuovo sotto il sole, ma almeno, è un sola che scalda placidamente.

Emanuele Rauco

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