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Jericho, o dell’ansia da isolamento

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 Prendete l’11 settembre, le paranoie da esso derivatene ed estremizzate i concetti rendendoli ancora più terribili, ad esempio, con un’esplosione nucleare; poi prendete la serie più innovativa e destabilizzante del momento, Lost, traetene le strutture narrative e la narrazione a suspense.
Quello che potrebbe uscire fuori è Jericho, la serie creata da Stephen Chbosky, Josh Schaer e Jonathan E.Steinberg, che arriva su Rai2, il martedì alle 21, dopo aver tenuto col fiato sospeso gli americani, tanto che dopo la decisione di sospenderlo, le reazioni del pubblico hanno convinto la CBS a produrne una seconda mini-stagione per dargli un degno finale.
Il plot racconta di una cittadina di provincia, Jericho, e del ritorno temporaneo di uno dei suoi figlioli prodighi, Jake, figlio del sindaco in rotta col padre; proprio quando sta andandosene via deluso dall’ennesimo litigio, lo blocca la tragedia: non molto lontano, si staglia il profilo di un fungo atomico. La città deve correre ai ripari.

Scritta dai creatori e diretta tra gli altri da Jon Turtletaub (Il mistero dei templari), la serie è la figlia moderna, problematica e piuttosto intensa dei film catastrofici degli anni ’70 e ‘80, dove gli esseri umani, di solito una comunità forzatamente costretta alla convivenza, dovevano affrontare – a modo loro -  una catastrofe naturale o di viaggio, con in più una componente mistery che ben si addice alla serialità televisiva contemporanea.
In realtà la serie, oltre a mettere in scena e riproporre la più grande tra le paure moderne (la guerra nucleare) esplora il panico e l’eroismo che in America, da 5 anni e mezzo a questa parte, sono facce della stessa medaglia: in un’atmosfera provinciale che si vena sempre più di inquietanti sfumature (non a caso, ad un certo punto, si cita l’Hitchcock de Gli uccelli), il racconto si concentra sui tentativi disperati di porsi in salvo, di sfuggire gli effetti delle radiazioni e delle piogge nucleari, di ritrovare lo spirito comunitario perso nella routine quotidiana, dando anche interessanti connotati politici alla vicenda, col personaggio del sindaco, in competizione elettorale.
Un “The day before” ricco di tensione ed umanità, molto ben costruito tra la suspense dell’isolamento, le indagini impossibili - visto l’isolamento dalle fonti di comunicazione - sugli eventi accaduti (terribile il finale del 2° episodio) e le descrizione di procedure e situazione che si spera di dover ritrarre solo in forma di fiction. Unico, almeno finora, l’umanità dei personaggi, la descrizione dei loro rapporti, soprattutto in Jake, davvero un po’ troppo eroico, per non destare legittimi sospetti.
Ci sentiamo di promuovere decisamente, nella speranza di vedere mantenute le promesse e che la valanga di noci, simbolo della protesta, sia effettivamente ben riposta.
Emanuele Rauco

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