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La Legge Di Murphy, o delle svolte fatali del Caso

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                       *** 1/2

Molto spesso, quasi sempre, parlando di narrativa tv di qualità, parliamo di serialità americana, ponendo l’accento (a ragione, peraltro) sulla forza e la grandezza delle fiction d’oltreoceano; spesso però ci dimentichiamo dei prodotti che arrivano dall’Europa, specialmente dalla Gran Bretagna, che è l’unica nazione che, per capacità produttive e  culturali può eguagliare i prodotti made in USA.
E così, dopo perle del passato come The avengers o Il prigioniero, e del presente come Life on Mars o The hustle, arriva buon ultimo questo poliziesco di robusta classicità, ironico fin dal titolo: La legge di Murphy.
Che è il protagonista, un poliziotto impegnato in rischiose missioni d’infiltrazione in organizzazioni criminali, ma è anche l’autore della celebre frase “Se qualcosa può andar male, lo farà”, che meglio non si potrebbe adattare a questa trama.

Creato da Colin Bateman e scritto e diretto da molte mani (tra cui quelle dello stesso Bateman e di Brian Kirk), un poliziesco vecchio stile ma efficace, old-fashioned nella modalità produttiva (episodi di 90 minuti) e nell’impatto duro e crudo che fa tanto anni ’70 (non a caso, il già citato Life on Mars, narra di un salto all'indietro nei 70's); impressioni accentuate da un trattamento della materia senza fronzoli, senza risvolti scientifici o psicologici, ma con una bella vivacità d’intreccio.
In onda su FoxCrime il mercoledì alle 21,00 (con ovvie repliche qua e là), la serie racconta lungo stagioni (si attende la 5^) di durata variabile, ma sempre brevi per preservare la qualità del racconto – come avviene alla BBC -, delle difficoltà, gli imprevisti, le complicazioni, le paure di una vita basata sul doppio gioco, a stretto contatto con i criminali, facendo diventare il protagonista il suo nemico, facendolo immedesimare (e non psicologicamente) ed impersonare l’avversario.
Se non è una grande novità, visto che sia il cinema (Donnie Brasco, per dirne uno) sia la tv (Line of fire) hanno già trattato l’argomento, forse anche con più pregnanza, è interessante come il fulcro della serie non stia nella bravura e nel talento simulatorio di Murphy, o nel suo rapporto con i criminali, ma soprattutto nel seguire le imprevedibili destinazioni delle sue missioni, nel gioco di rimpiattino con le reazioni degli indagati, nel rendere co-protagonista il Caso, col suo bagaglio di sfortune e svolte.
Un tocco di realismo interessante ed ironicamente narrato, in una serie che – almeno nel pilota – mostra qualche limite di ritmo (dovuto in parte anche all’inconsueta durata) e di tenuta della tensione, e che dovrà cercare di rischiare di meno le secche del dejà-vu; ma che possiamo ritenere sostanzialmente riuscita in virtù di finali intensi e spettacolari, buoni colpi di scena ed un parco attori che in terra d’Albione è sempre nutrito, come dimostra la bravura del protagonista, James Nesbitt.
Emanuele Rauco

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