**** (su *****)

Cè chi lavora anni ed anni, sforna prodotti ed opere a ripetizione, fa il giro delle sette chiese per mettersi in mostra e non giungere mai a dimostrare il proprio talento, ammesso che se ne abbia; e cè chi invece arriva come una folgore, atterra davanti ai nostri occhi e scompagina tutto con la forza del suo incredibile potenziale.
Questo è il caso di Ricky Gervais, attore e autore britannico, che nel 2002 ha illuminato gli schermi britannici (della BBC per esattezza) con una delle più rivoluzionarie sitcom di sempre, cioè The office. Solo due stagioni e solo 12 episodi, più un lungo special natalizio di 90, per fare di questo attore uno dei più clamorosi fenomeni degli ultimi anni. Chiamato da Abrams per comparire in Alias nel ruolo di un bombarolo, citato da Lars Von Trier in Il grande capo (quasi la versione su grande schermo della serie), infine accaparrato da HBO per uno show di prima serata, Extras, appunto, la conferma di un talento.
La serie racconta il mondo del cinema dal punto di vista di due comparse (extra, in gergo) inopportune e goffe, Andy e Maggie, al seguito del pessimo agente Darren, e delle loro avventure nel mondo del cinema hollywoodiano. Ogni episodio è impreziosito da una guest star di gran lusso.

Cè chi lavora anni ed anni, sforna prodotti ed opere a ripetizione, fa il giro delle sette chiese per mettersi in mostra e non giungere mai a dimostrare il proprio talento, ammesso che se ne abbia; e cè chi invece arriva come una folgore, atterra davanti ai nostri occhi e scompagina tutto con la forza del suo incredibile potenziale.
Questo è il caso di Ricky Gervais, attore e autore britannico, che nel 2002 ha illuminato gli schermi britannici (della BBC per esattezza) con una delle più rivoluzionarie sitcom di sempre, cioè The office. Solo due stagioni e solo 12 episodi, più un lungo special natalizio di 90, per fare di questo attore uno dei più clamorosi fenomeni degli ultimi anni. Chiamato da Abrams per comparire in Alias nel ruolo di un bombarolo, citato da Lars Von Trier in Il grande capo (quasi la versione su grande schermo della serie), infine accaparrato da HBO per uno show di prima serata, Extras, appunto, la conferma di un talento.
La serie racconta il mondo del cinema dal punto di vista di due comparse (extra, in gergo) inopportune e goffe, Andy e Maggie, al seguito del pessimo agente Darren, e delle loro avventure nel mondo del cinema hollywoodiano. Ogni episodio è impreziosito da una guest star di gran lusso.
Creata, scritta e diretta da Gervais con Stephen Merchant (anche attore nel ruolo dellagente), la serie, in onda su Jimmy, il mercoledì alle 21 (ma
con non poche repliche), è una commedia moderna, atipica e straniante,
tutta costruita sulla presenza invadente e cialtronesca del
protagonista col gustoso contraltare della più tenera, ma ugualmente
inetta Maggie e sul meccanismo di gaffe ed equivoci portato ad un
livello al limite col grottesco e col surreale, anche se con una
struttura narrativa, un po più tradizionale rispetto alla spiazzante
serie precedente.
Se in quella cera lespediente della telecamera che riprende un documentario, qui il documentario è praticamente la serie stessa, uno sguardo cattivello e dissacrante sullo star system hollywoodiano, sul sottobosco volenteroso e frustrato, sulle rivalità e le piccole disperazioni quotidiane messe in impietoso paragone con le stupidaggini ed i fanatismi del divismo, con le voglie ed i capricci, con le piccolezze rese materia darte: nel pilota, ad esempio, Ben Stiller vuole darsi al cinema impegnato, ma non fa altro che vantarsi degli incassi delle sue commedie.
Gervais fa di questa sitcomedy una specie di operazione critica sul cinema del nuovo millennio, mettendo alla berlina le mancanze ed i vuoti di senso e personalità dallalto di una televisione che, per vitalità e capacità comunicativa, da una lunghezza alla sorella-rivale; ed in più, continua il discorso dautore sullimportanza della regia nella commedia televisiva (fino ad ora regno esclusivo degli sceneggiatori), della cura originale del montaggio, delluso dei silenzi e delle pause in chiave comica.
Oltre al fatto che il cast è davvero notevole, partendo dai due protagonisti, il sempre eccellente Gervais e la sorprendente Ashley Jensen (anche in Ugly Betty), per arrivare al nutrito, impressionante ed incredibilmente auto-ironico parterre di ospiti, tra cui Stiller, Kate Winslet, Ian McKellen e molti altri. Siamo sicuri che questa folgore dal volto sornione e dallo sguardo buffonesco, non resterà il tempo di un fulmine.
Emanuele Rauco
Se in quella cera lespediente della telecamera che riprende un documentario, qui il documentario è praticamente la serie stessa, uno sguardo cattivello e dissacrante sullo star system hollywoodiano, sul sottobosco volenteroso e frustrato, sulle rivalità e le piccole disperazioni quotidiane messe in impietoso paragone con le stupidaggini ed i fanatismi del divismo, con le voglie ed i capricci, con le piccolezze rese materia darte: nel pilota, ad esempio, Ben Stiller vuole darsi al cinema impegnato, ma non fa altro che vantarsi degli incassi delle sue commedie.
Gervais fa di questa sitcomedy una specie di operazione critica sul cinema del nuovo millennio, mettendo alla berlina le mancanze ed i vuoti di senso e personalità dallalto di una televisione che, per vitalità e capacità comunicativa, da una lunghezza alla sorella-rivale; ed in più, continua il discorso dautore sullimportanza della regia nella commedia televisiva (fino ad ora regno esclusivo degli sceneggiatori), della cura originale del montaggio, delluso dei silenzi e delle pause in chiave comica.
Oltre al fatto che il cast è davvero notevole, partendo dai due protagonisti, il sempre eccellente Gervais e la sorprendente Ashley Jensen (anche in Ugly Betty), per arrivare al nutrito, impressionante ed incredibilmente auto-ironico parterre di ospiti, tra cui Stiller, Kate Winslet, Ian McKellen e molti altri. Siamo sicuri che questa folgore dal volto sornione e dallo sguardo buffonesco, non resterà il tempo di un fulmine.
Emanuele Rauco







