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The inside, o del dolore della psiche

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 VOTO: *** (su *****)

Ondate vanno e ondate vengono, ma a volte restano un po’ troppo e tediano. Da quando poi sono stati sdoganati in letteratura, soprattutto da Thomas Harris, i profiler, cioè coloro che tracciano i profili psicologici dei criminali più pericolosi, hanno invaso anche la televisione. Dopo il plurinominato, in queste telematiche pagine, Criminal Minds e soci, ecco arrivare sugli schermi, The inside, donna a caccia di serial killer (ma senza i poteri para-psicologici del seminale Profiler).
Tim Minear (Firefly) e Howard Gordon hanno raffreddato la tensione thriller e si sono buttati più sulla psicologia. Ed il risultato si può dire parzialmente riuscito.
L’agente speciale Rebecca Locke è un’acclamata profiler, una di quelle che riesce ad entrare nelle menti deviate dei criminali, specie se seriali, per catturarli, ma soprattutto per capirli. Assieme a lei, l’agente speciale Danny Love; ma non sarà tutto così semplice, visto che anche Rebecca è stata vittima di un criminale il cui ricordo la perseguita.

Prodotto da Ron Howard e Brian Grazer, scritto (il pilota) dai creatori e diretto da Kevin Hooks, il thriller della mente viene qui portato ad un grado di oscurità notevole, sottolineato per contrasto dai colori angelici della protagonista (Rachel Nichols, già vista in Alias) e reso abbastanza forte dal concentrarsi sul personaggio di Rebecca.
Prendendo spunto dal già citato Profiler, ed in parte da Law & order: criminal intent, la serie (in onda su Italia 1, il giovedì, alle 23,50) parte dai casi oscuri, dagli omicidi atroci ed irrisolti che invadono Los Angeles, per interessarsi soprattutto del percorso mentale della protagonista, per gettare una luce sul buio viaggio di una sopravvissuta alla morte, dalla resurrezione al ritorno alla morte, tanto più terribile quanto riguardante gli altri, esaltando quella sensazione d’impotenza che è il motivo per cui spesso le vittime si arrendono ai propri carnefici.
Visivamente la serie sottolinea con coerenza l’oscurità del plot, illumina col neon i corridoi cupi, rallenta coraggiosamente il ritmo per indagare meglio nel grande buco nero delle nostri menti; peccato che le sceneggiature siano meno riuscite dell’aspetto formale, con meno idee e meno sorprese, anche se in grado di garantire la necessaria suspense per non cambiare canale.
Gli attori fanno il loro mestiere, ed in generale la serie se la cava diligentemente, puntando quasi tutto sull’atmosfera, e mettendo magari da parte il lato viscerale del racconto. Interessante, ma non abbastanza da vincere la concorrenza, dato che in America si è fermato dopo 13 episodi, ed in Italia nessuno si sta strappando i capelli.

Emanuele Rauco


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