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Killer instinct, o della ripetizione che non giova

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 VOTO: ** (su *****)


Le età dell’oro, come si sa, hanno in sé molte contraddizioni, e se è innegabile che la narrativa televisiva americana stia attraversando il suo momento di massimo fervore, lo è altrettanto il fatto che la sovraesposizione e la saturazione del mercato, che si fa largo a spintoni creando nuove fasce orarie, stagionali, o addirittura nuovi canali, possa generare figli degeneri, copie, minestre riscaldate per bocche buone, che poi, spesso non mangiano nulla.
È il caso della nuova serie di 2^ serata di Italia 1, il giovedì alle 22,50: Killer instinct, creato dal meritevole sceneggiatore Josh Barman, è uno dei non pochi flop che Fox ha incassato negli ultimi anni, nel tentativi di supportare organicamente i successi di serie come House e 24, cercando nel frattempo di fare concorrenza al Criminal minds targato CBS. Senza riuscirci.
L’unità della polizia per i crimini devianti (quante altre migliaia di squadre speciali ci farà scoprire la televisione), uguale a tutte le altre unità in giro per l’America, indaga sui crimini più violenti in circolazione, ma l’assassinio di un’agente dell’FBI farà tornare in ballo il detective Jack Hale, sospeso dopo una tragedia, ed affiancato dalla misteriosa detective Danielle Carter.

Scritto (il pilota) da Josh Berman e diretto da Bryan Spider, un thriller investigativo piatto e banale, dove si cerca di frullare tutte le tendenze del genere in tv degli ultimi tempi, dimenticandosi il dato fondamentale di tutte le serie a cui strizza l’occhio: la suspense, la tensione.
Il difetto principale è che è un prodottine pronto per il dimenticatoio che non interessa praticamente mai, il cui unico colpo di scena arriva nell’ultima inquadratura, ma troppo tardi perché si abbia voglia di vedere gli episodi seguenti (che è poi il principio di un pilota); che è poi ciò che devono aver pensato gli spettatori americani, che hanno abbandonato la serie presto, facendola spegnere dopo la prima mezza stagione (13 episodi, di cui alcuni mai trasmessi).
In un mondo, quello della serialità televisiva, fatto di strutture, di stratificazioni, di rivoluzioni filmico-narrative, di invenzioni e sorprese, la serie puzza di vecchio fin dalla trama, con la classica coppia di agenti diversi e male assortiti che risolveranno casi sempre più difficili grazie alle loro differenze; qualche aggiornamento non manca, nelle atmosfere, nella violenza (non molto) esibita, nei tratti dei personaggi – specie quello femminile.
Ma mettere Marylin Manson all’inizio, o parlare di mani scuoiate, quando poi lo sviluppo narrativo resta fermo, mal servito da una regia molle e blanda, e da una produzione senza alcuna inventiva, significa belletto su un cadavere. Allora hai voglia a mettere in campo due figaccioni come Johnny Messner (barba incolta al punta al punto giusto) e Kristin Lehman (occhi da cerbiatta dietro palle d’acciaio); anche il più paziente dei telefili, e noi di pazienza ne abbiamo molta, decide di cambiare canale.

Emanuele Rauco

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