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Six degres, o delle complicazioni interpersonali

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 VOTO: **** (su *****)


E’ una delle teorie sociali più celebri e curiose che siano mai state enunciate: ogni persona è separata da una qualunque altra persona nel mondo da al massimo altre 6 persone (i 6 gradi di separazione). Se ci sembra assurdo che il mondo sia così piccola, basta fermarsi un attimo a riflettere sulle mille coincidenze che ci capitano ogni giorno per accorgersi che è una teoria quantomeno possibile (oltre che matematicamente evidente).
Partendo da qui, Neil Goldberg e Raven Metzner hanno deciso di costruire una serie su questo assunto, unendo così un lato mistery ed uno da classico dramma sentimentale senza destare troppi sospetti di confusione. La miscela ha dato vita a 6 degrees-Sei gradi di separazione, la serie ABC che FoxLife ha cominciato a trasmettere da domenica 6 maggio alle ore 21.00, e che nonostante la buona fattura non ha riscosso il successo sperato visto che la programmazione è stata chiusa – a quanto è dato sapere – a due episodi dalla fine.
La trama è piuttosto articolata e racconta di 6 persone tra loro sconosciuta che incominciano ad incontrarsi e scontrarsi, trascinando gli uni nelle vite degli altri: chi cerca il colpo di fulmine e chi cerca l’ispirazione, chi ha problemi coi sogni d’amore e chi li ha visti morire, chi fugge da qualcuno e chi da se stesso.

Prodotto da J.J.Abrams (interprete di un personaggio nel film 6 gradi di separazione), che porta con sé il consueto velo di mistero (cosa c’è nella scatoletta che Mae porta con sé?), il pilota dimostra come un pilota moderno andrebbe costruito, non come fosse un episodio qualsiasi, ma nemmeno come una lunga e tediosa presentazione di personaggi e situazioni che si evolveranno solo a serie avviata, bensì gettando subito i suoi personaggi, e con se lo spettatore, nel cuore narrativo e tematico della serie, cioè le coincidenze e le conseguenze.
In questo l’episodio, scritto dai creatori e diretto da Rodrigo Garcia (che di opere corali se ne intende, avendo diretto 9 vite da donna), è davvero buono, perché riesce da subito ad interessare a racconto e personaggi, superando gli scogli del dejà-vu (le storie non sono originalissime) grazie ad un concetto di coralità davvero azzeccato, in cui le linee non si sovrappongono, non cozzano né si sostituiscono, ma vanno a rinforzarsi, si aiutano, si spalleggiano, creando così un affresco di vita newyorchese al quale non si fatica a partecipare.
Alternando toni da soap series, come si confà alla rete statunitense (quella di Brothers & sisters, Grey’s anatomy e Disperate hoousewives), con momenti di più incisiva analisi psicologica, nonché strappi da thriller, specie nei personaggi di Mae e Damien, Goldberg e Metzner cercano di dare un volto ed una struttura al caos dei nostri giorni, magari non graffiando troppo, ma con una qualità di scrittura e messa in scena che spiace abbia trovato poco riscontro, e con un’interessante consapevolezza ( per non dire autocompiacimento) emotiva che – prossima alla ruffianeria – sa comunque coinvolgere lo spettatore.
Finito l’episodio si è già entrati nei personaggi, o meglio in quell’unico grande personaggio che è l’umanità talmente ricca e contraddittoria da respingerci, mentre ci attrae. E di cui ci piacerebbe saperne sempre meno, ma sempre di più.

Emanuele Rauco

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