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Sanremo 2007 parte V: la fine dei giochi

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Simone CristicchiL’ultima serata. La liberazione per tutti quelli che hanno vissuto una settimana tra canzonette e baracconate antidiluviane. Per quelli che, come chi scrive, hanno dovuto guardarlo dal primo all’ultimo minuto per analizzarlo, ad uso e consumo di chi, indifeso, ha dovuto subirlo. Ci piacerebbe Sanremo, non come show né come parata musicale, ma come circo equestre, se fosse divertente: quest’anno è stato sé stesso. Non sempre è un male, ma forse stavolta sì.

Un po’ per protesta – dopo l’agghiacciante venerdì – un po’ per tradizione la serata finale l’abbiamo vista in gruppo con un gruppo d’ascolto che un po’ ha seguito un po’ si è saggiamente disinteressato: noi abbiamo provato a vederlo con attenzione, sebbene su un tvfonino, e lo spettacolo è sembrato, pur con i suoi tempi biblici, un po’ meglio della media annuale.


Michelle entra in scena con un bel vestito nero e discutibili capelli anni ’40 e presenta Mike Bongiorno (testimonianza definitiva della senilità dello show), secondo solo a Baudo per numero di conduzioni, che per non farsi mancare nulla, porta in dono un pacco di grossi wurstel. La mancanza di ritmo è segno di coerenza stilistica, come anche una giuria di qualità dove, a garantire della bontà delle canzoni, ci pensano Alba Parietti, Giancarlo Magalli e Claudio Coccoluto, più altri sette malcapitati.

Il brano migliore del festival se lo giocano subito in apertura: Nada, seppur vestita come un sacco della spazzatura, canta in modo emozionante. Anche Paolo Rossi convince, più che nelle altre sere, anche perché la sua è una di quelle canzoni che entrano in testa inesorabilmente. Arriva Flavio Insinna: il suo è un siparietto simpatico, ma sostanzialmente inutile. Vagamente inutili anche i Velvet, il cui brano al contrario di Rossi, si affloscia ad ogni ascolto, anche se è migliorata la presenza scenica. Che è l’unica cosa per cui non bocciamo Johnny Dorelli, che è rimasto a trent’annni fa, nonostante ci sia di peggio.

Al Bano conferma il suo modus con un brano davvero eccessivo e con un abito mai cambiato in cinque giorni. Amalia Grè miagola e vocalizza in un pezzo praticamente senza melodia. I fratelli Bella cercano di essere più aggressivi, ma il loro pezzo resta orrendo. Come già detto, le necessità di scaletta aumentano un po’ il ritmo. Ritorna Insinna, con un altro siparietto da avanspettacolo che introduce la splendida Joss Stone, vestita come a Riccione, ma dai magnifici capelli rossi e con musica di buon livello. Non si può dire lo stesso di Mango, che non migliora né peggiora, al contrario di Tosca la cui interpretazione è più ironica ed avvincente. Anche la regia, inaspettatamente ha più fluidità e più occhio nel montaggio, anche se i filmati restano osceni.

Fabio Concato continua a stupire con quell’atmosfera cupa ed arrabbiata, ed il suo testo è il migliore della rassegna. Chiambretti si presenta con Momo (ed un folle smoking), la sciroccata rivelazione del DopoFestival. I Facchinetti sono sempre più patetici nell’esibizione, ma tengono a freno le stonature e migliorano un po’. Non ci riesce invece Leda Battisti, che non trasmette nulla, se non un aria da divetta  no global nel vestirsi.

Simone Cristicchi continua convinto per la sua strada: atmosfera cupa e buia come Fabrizio Moro, tentativi di scena teatrale. La sensazione nel teatro è quella di avere a che fare col vincitore (così sarà). La Hunziker si presenta con un bellissimo vestito giallo-verde acceso e presenta gli Stadio, che cantano una canzone come ne hanno scritte altre 1000. Daniele Silvestri, possibile favorito, continua a divertire, da ottimo performer qual è, con un brano trascinante.

Poi arriva Mika, che non sappiamo dove l’abbiano pescato, un incrocio tra Tony Manero e la figlia di Fantozzi. E non sappiamo neanche dove abbiano pescato gli Zero Assoluto, dati per vincenti solo dai discografici, ed interpreti della prova più anonima e vana del Festival. Milva, invece, pur non convincendo, migliora. Ancora Insinna, col tormentone sulle misure del suo smoking. Piero Mazzocchetti devasta gli ultimi barlumi d’attenzione: si spera che questo tipo musica resti definitivamente all’estero, oppure nell’alveo dei melomani che non concepiscono il passare del tempo (non la pensano così i votanti, comunque). Antonella Ruggiero invece da sempre buona prova di sé, sebbene le manchi un consulente estetico. Anche a Meneguzzi manca un consulente affidabile, sennò adesso dipingerebbe i muri delle case, anziché cantare.

La serata sta per volgere al termine, senza infamia e con poche lodi, Insinna fa un buffo pezzo col sax, e viene da riflettere che abbiano meditato sull’orrore di una serata come quella di venerdì e sulla piattezza delle altre. E’ il momento della classifica: al 3° posto Mazzocchetti (a conferma di ciò che sospettavamo sulla questione anagrafica); al 2° posto Al Bano (sospetti che diventano prove schiaccianti); al 1° posto, ringraziamo il cielo, Simone Cristicchi, a riprova che se sai comunicare cose serie al pubblico, di qualunque tipo, qualcosa può succedere. Come, per esempio, alzarsi l’anno prossimo e parlare di un Sanremo diverso, nuovo, interessante: vivo, come può esserlo la musica.

Emanuele Rauco

 


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