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Sanremo 2007 Parte IV: un canto di disprezzo

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Sanremo 2007Ci siamo arrivati finalmente. Non alla fine, ché manca ancora una serata, al punto basso, al nadir morale e spettacolare di una manifestazione di cui ogni anno, ogni giorno, ogni blocco di più si sente e si respira l’odore degli anni e dell’inutilità; stavolta si è sentito molto forte anche l’odore della mancanza di rispetto. Verso gli spettatori e verso i partecipanti alla gara.

Il venerdì è la serata tradizionalmente dedicata alla finale dei giovani, ma da qualche tempo, per arginare la carenza d’ascolti, e per soddisfare le pressanti richieste delle case discografiche, si da’ la serata in pasto ai superospiti: cantanti italiani di vara caratura, tutti rigorosamente in promozione, che cannibalizzano lo show. Con buona pace dei ragazzi che lì, aspettano il turno di trasformare il proprio sogno in realtà. I discografici, proprio coloro di cui questi giovani avrebbero dovuto fidarsi, a cui hanno concesso il deblender per correggere le stonature (ma forse aveva le pile scariche), l’ascolto in anteprima per poter andare in radio prima, l’ordine rigorosamente comprato in base allo share, hanno fatto sì che l’ultima dei giovani in gara abbia cantato all’una di notte. Indegno.


Indegno soprattutto visto tutto ciò che li ha preceduti: un’abnorme vetrina di artisti (lesa maestà questa parola), di marchette indigeste che gli ascolti hanno premiato fino ad un certo punto, di uno show dal ritmo arcaico e dai contenuti funerei. Una sorta di Festivalbar con l’Alzheimer.

La scenografia scintillante ed il bel vestito corto brillante di Michelle vengono subito rovinati dal meccanismo dell’estrazione con cui si esibiranno i giovani: a questa umiliazione si aggiungeranno una giuria di qualità che vota come allo Zecchino d’Oro (ed il livello artistico dei membri è lo stesso) e la rivelazione dello stesso voto. Come se fossero mocciosi a scuola che si possono prendere in giro; ma vedrete che i discografici impediranno tutto questo ai coccolati big.

Comincia Marco Baroni e la sua esibizione è più piatta della 1^ serata, la voce avvince meno, la musica è banalotta. Per non turbare i signori del disco, l’ordine di esibizione degli ospiti è alfabetico ed i conati già cominciano: meno male che Franco Battiato è il miglior cantautore italiano, e pur senza dannarsi l’anima, ammalia con una versione orchestrale de La Cura, e con Il Vuoto assieme ad una punk band femminile.

Il ritmo è già agonizzante all’inizio. Sara Galimberti non lo ravviva, nonostante la scena rosso fuoco sia l’unico sussulto di passione della serata, anche perché il suo è un brutto tango. Fortunatamente il momento da annali dell’orrore arriva quasi subito: Gigi D’Alessio dimostra il suo discutibile (e di dubbia provenienza) potere “politico” occupando militarmente la scena per mezz’ora, con la sua musica orrenda ed una malcapitata diva francese. Ne scriviamo solo per dovere di cronaca.

Elsa Lila dimostra che per giudicare le canzoni servono più ascolti: la sua canzone si rivela un mattone cantato alla Celine Dion (cioè con una patata in gola) e pesante nella musica e nei testi. Michelle continua a vestirsi comme d’habitude e lo show è probabilmente ai minimi storici; anche perché se per risollevarlo si devono dare 250.000 € a Penelope Cruz per un’intervista abbastanza idiota, inutile, banale, che non serve a nessuno, i sedicenti autori dovrebbero fare 3 mesi di vergogna pubblica.

Il tedio è così assoluto che quasi non sapremmo di cosa scrivere, ci resta solo lo zapping. E meno male che sarebbe stato il festival della competizione e delle canzoni. Chiambretti, perlomeno, ha una certa verve. Ed anche Elisa, vestita magnificamente e conciata come la Nikita di Besson, riporta musica a Sanremo. Ma anche lei è costretta a debordare con i bambini. Neri Marcorè è un ottimo Ligabue, ma non fa molto ridere.

Dopo 2 ore ed un quarto, ci si ricorda che c’è una gara: anche i Pquadro, purtroppo, ce lo ricordano: la loro canzone è inutile e loro sono i simboli della gioventù italica inebetita e narcotizzata dalla tv. Si va avanti con Tiziano Ferro, la sua è una decorosa partecipazione alimentare, ma la lunghezza di ogni parte dello spettacolo è insopportabile. Anche perché si prosegue subito con Gianna Nannini (brava, per carità), che sciorina un lungo e brutto estratto dal suo musical che rovina la sua musica. La Hunziker ha il vestito più brutto della serata, e fa il paio con la Nannini.

Tocca a Fabrizio Moro, l’atmosfera è cupa e scarna, il suo è un bel parlato, non originale, ma convinto, forte, intenso. Mentre pesante e kitsch, nella musica, nel look, nel modo d’essere, è Renato Zero, che, deo gratias, dura poco, ma nonostante ciò ci si augura perda la voce prima di tirare una predica aziendalista.

Stefano Centomo sembra stia più male, al limite dell’embolo, mentre canta una canzone che è la quintessenza di Sanremo, che almeno ha una discreta melodia. Visto l’abissale ritardo si è costretti ad un tour de force, in cui si passa rapidi a Romina Falconi, che è ancora più bella dell’esordio, ma ha la stessa canzone piatta, che non le fa volare neanche la voce. E si finisce, come già detto all’una, con Jasmine, col suo funky-pop liscio come l’olio, che non lascia traccia.

Dopo un omaggio, pur meritato, ad Armando Trovatoli, che è l’ultimo colpo di grazia senile della serata, arrivano i risultati: 3^ Romina Falconi, 2° Stefano Centomo, 1° (meritatamente) Fabrizio Moro. Ma siamo così turbati da questa serata, che non riusciamo ad essere un po’ soddisfatti: in attesa del finale mai così atteso, riusciamo però ad essere irritati ed un po’ schifati.

Emanuele Rauco
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