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Sanremo 2007 Parte III: attenti a quei due

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Sanremo 2007Dopo una giornata di polemiche, lacrime e soddisfazione per gli ascolti (ovviamente tutto targato Baudo), arriva la 3^ serata, quella di solito più interessante sotto il profilo musicale, visto che tocca ai duetti, che si spera facciano respirare la boccheggiante kermesse. Prima però non ci risparmiano neanche il cane di Michelle, e ci viene da pensare ad un’involontaria metafora sul livello televisivo del festival.

Parte Daniele Silvestri con un gruppo di percussionisti dall’impronunciabile nome (chiedo scusa, lo farò di nuovo) che da verve al pezzo, ma non al vestito di Daniele che è sempre lo stesso. Milva sorprende con Enrico Ruggeri, il cui carisma vocale, ed un migliore arrangiamento, rendono più bella la canzone. L’utilizzo del televoto, che resterà incomprensibile fino a metà serata, è lo specchio dell’idiozia di una manifestazione e di un paese.


Leda Battisti, con Kledi e Sabrina Amato, fa quello che le chiede il marketing, un balletto poco incisivo, un po’ più deciso il tango, ma non è un granché. Chiambretti, giustamente, si lamenta della lunghezza e dei ritardi, ma non ha molto spazio. Uno dei grandi favoriti, Simone Cristicchi si accompagna con Sergio Cammariere, ma né il piano né la voce dell’artista jazz aiutano la bella canzone.

Si resta, inaspettatamente, sul sociale con Fabio Concato: il suo duetto con Michele Zarrillo, accompagnati da Tullio De Piscopo, è il più inutile del festival, visto che la canzone non cambia, e gli ospiti non fanno nulla. Facendolo male, tra l’altro. Si continua senza tregua, indi senza ritmo, con Piero Mazzocchetti, che col duetto con Amy Stewart quasi peggiora la sua brutta canzone, un trionfo del tronfio che la Stewart rende ancora più datata.

Non ci sono picchi, ma bisogna ammettere che i tempi più serrati impediscono le valli orrende delle serate precedenti. Mango gioca in casa e porta la moglie, Laura Valente, con cui adatta una versione orchestrale interessante, specie per la di lei bravura. Gli Stadio invece continuano a convincere poco, ed il duetto con Teresa Sangueiro banalizza ancora di più il brano, spegnendo il mordente di Curreri. La regia non vuole rischiare le figuracce delle prime due serate, resta sul classicismo da Studio Uno. Max Tortora entra in scena imitando Califano, ma non è nulla di speciale ed è pure fuori contesto.

Amalia Grè, la mezza delusione dell’esordio, con Mrio Biondi sembra un po’ più intensa, più ironica e di classe, anche se la voce black di lui è inadatta al pezzo, comunque migliorato. La Hunziker è vestita meglio del solito, grazie a Ferretti, truccata bene come sempre. Ed il contrasto con l’insulso Munoz, che dovrebbe essere un ospite importante, prima di ricordarsi che interpretava male una delle più brutte serie di sempre, quel Paso Adelante che fa sembrare Amici, un gioiello di tv di qualità. Con lui la Spagna ricambia il torto subito con la Carrà.

Gli Zero Assoluto, con Nelly Furtado, non cambiano quella solita noia sussurrata che il loro pezzo, ma almeno Nelly funziona. Anche il vestito nero di Michelle funziona. Ed anche Tosca non ci fa ricredere del merito datole ed assieme a Massimo Venturiello confeziona una deliziosa tarantella meno frenetica e più divertente. E’ senza dubbio la serata migliore: che fatto il paragone con il resto del festival dovrebbe farci riflettere sullo stato di salute della manifestazione. Intanto la regia riprende stoica la strada per la demenza.

I Velvet, accompagnati da Le Vibrazioni, sfoggiano un bel look mafioso, ma la canzone sembra narcotizzata. Si nota, ed è una costante di tutta la tv italiana d’intrattenimento, la mancanza assoluta d’autori, di teste che pensino a ciò che si vedrà sullo schermo, dato che non c’è un’idea di spettacolo che non risalga a 40 anni fa.

Nada, stavolta con Cristina Donà, si conferma la migliore del festival, con un ritmo pulsante, un bel gioco vocale, una canzone che si è fatta più armonica e meno irruente. Un’irruzione invece la faremmo volentieri a casa di Paolo Meneguzzi, per impedirgli ancora di cantare: ci bastano tre note per rabbrividire, l’arrangiamento è più melodico, ma se l’aiuto viene da un inetto come Nate James stiamo freschi. Meno peggio del previsto, come già detto, Al Bano che assieme ad un altro impronunciabile gruppo vocale lettone, porta un brano più lieve, ampio nella melodia che è meno disgustosa del solito, e la voce è in forma.

Come quella, spettacolare, di Antonella Ruggiero, assieme al coro degli alpini, il cui brano migliora grazie alla bella atmosfera: il pezzo è difficile e un po’ pesante, ma possente. Nel frattempo, Baudo continua a non avere idea di come si costruisca uno spettacolo nel 21° secolo. Momento politicamente interessante quello di Paolo Rossi e i Tete de Bois, vestiti da garibaldini, che arrangiano il brano in modo acustico-soft che cresce come un pop italico, l’arrangiamento è piatto ed il pezzo sembra da ascensore. Così come soft e sonnolento è Johnny Dorelli, assieme al pianista Stefano Bollani, il cui piano aumenta l’emozione ma continua a mancare di pathos. E Bollani, che imita Dorelli merita la visione.

Altro momento da dimenticare quello dei Facchinetti, Roby e Francesco, assieme ad una spaesata Anggun il cui ingresso, purtroppo per loro, non cambia nulla di un pezzo cantato male. Va detto che il peggio arriva all’ultimo (invidiamo coloro già al calduccio sotto le coperte) con i fratelli Bella – segno che l’incompetenza è questione di famiglia – con ciò che resta delle Supremes, che con i loro pessimi coretti peggiorano musicalità e voci di un pezzo davvero bruttissimo.

Nella mediocrità di un festival che guarda al passato come fosse il futuro, una serata del genere tutto sommato non irrita, ma il profilo basso, scelto o imposto, è la perfetta immagine di una cultura musicale che ha paura di tutto e che, se non si sollazza nella vieta tradizione, guarda oltreoceano come modelli di un impero da imitare. E domani tocca ai giovani. In confronto ai quali Al Bano sembra uno sperimentatore.

Emanuele Rauco


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