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Sanremo 2007 Parte II: nelle braccia di Morfeo

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Pippo e MichelleForte dei 12 milioni di spettatori con cui ha fatto rimpiangere il pessimo Panariello, Baudo conduce una 2^ serata  esattamente uguale alla prima: non aveva detto che ogni serata sarebbe stata diversa? Forse è diverso il dolore provato nel vederlo stentare. Visto che è stata votata la fiducia al Prodi-bis, perché non chiediamo anche di votare la fiducia a Baudo? Potrebbe finire male.

Se Baudo è vestito un po’ meglio, la Hunziker è vestita come sempre, ma ben truccata e decisa a scatenarsi; peccato che si ostini a voler cantare. Esattamente come Paolo Meneguzzi (Musica), con una canzone per cui il cantante entra nel Guinness dei Primati per il numero di canzoni uguali cantate: e tutte inutili, visto che non sa cantare.

Colleghi, specie nell’insipienza, i fratelli Bella, Gianni e Marcella (Forever Per sempre), con la voce e la dizione date per disperse e la noia a regnare sovrana in un’insopportabile e vecchia canzone, la peggiore finora. I video poi, con quelle inutili immagini, non aiutano.


Gli Stadio (Guardami) portano almeno un po’ di mestiere e professionalità, anche se la canzone è un fondo di magazzino che non soddisfa neanche per la melodia. Ci stiamo accorgendo che il livello – difficile a credersi – è più basso di quello del giorno prima, soprattutto nelle canzoni; ma anche lo spettacolo non scherza.

Chiambretti ha un’onirica giacchetta, ma è in buona forma ed è carico, a differenza della Hunziker che cerca disperatamente di essere una comica, e fallisce puntualmente. Arriva poi, scintillante nei suoi capelli rossi e negli occhi azzurri, Sara Galimberti (Amore ritrovato), ma il suo tango è spento e – parola chiave della serata – noioso, senza musica. Michelle, in un vestito abbronzante, presenta Tosca (Il terzo fuochista), una delle rivelazioni folli del Festival, con la sua orchestrazione siculo-balcanica ed una marcetta alla Weill cantata e gridata con convinzione.

I giovani si confermano, come quasi ogni anno, molto meno vitali e più timorosi, e lo dimostra Patrizio Bau (Peccati di gola), il più brutto in gara che porta un ritmo diverso ed una voce allegra che parla di sessualità, ma non sa cantare e rovina il brano.

Fa il suo esordio a Sanremo anche la standing ovation, che accoglie incredibilmente Johnny Dorelli (Meglio così) come se fosse stato ucciso o rapito:tra Paoli e Sinatra, un buon mix anche se manca di mordente e melodia. Romina Falconi lo segue, è brava e platinata, una quasi Christina Aguilera (che ha già fatto partire la denuncia per plagio) che vincerà, avendo una canzone piatta e con troppa voce. Finalmente arrivano Ficarra e Picone e dimostrano di esser i più bravi a salire sul palco, tra allusioni sensuali e pezzi di repertorio. A riequilibrare il tono e la media voto ci pensano i Take That, passati peggio che inosservati con quelle coreografie e costumi avveniristici a coprire il lunghissimo pistolotto di Pippo e la bruttezza della canzone.

Il momento che poteva devastare il festival e far tremare i polsi dei melomani si è rivelato meno peggio del previsto: Al Bano (Nel Perdono) presenta una canzone di Renato Zero tronfia come nessuna, scolastica e cattolica, che sorprende sentire così simile a brani dei gruppi di metal epico. Il vero trauma lo subiamo col terribile momento musical di Micelle: stavolta tocca Cabaret, almeno senza i siparietti osceni con i bimbi, ma senza fine, e viene da chiedersi il perché di una settimana di pubblicità strapagata ai suoi exploit teatrali.

Momento abbastanza intenso quello di Fabrizio Moro (Pensa), che porta una canzone sulla mafia tra Silvestri e Cristicchi, col testo che si mangia la musica, ma appassionato. Paolo Rossi (In Italia si sta bene) era tra i più attesi della serata, visto il testo di Rino Gaetano e la direzione di Mauro Pagani: la canzone è ironica e sorniona, come previsto, cripto-malinconica, ma un po’ ripetitiva. Come l’abbigliamento della Hunziker, che forse per risparmiare dato l’abnorme cachet, deve vestirsi come le pubblicità che interpreta.

Arrivano gli FSC (Non piangere), band amica e protetta di Battiato, e portano un brit pop melodico, normale, vittima del morbo sanremese. Tornano così Ficarra e Picone con un pezzo intenso su Don Puglisi. La sfilata continua senza nerbo ed arriva John Legend, che fa un po’ meglio dei precedenti ospiti stranieri, anche se non s’impegna affatto.

La serata sembra più lunga e cadenzata della prima, anche se non sembra possibile, e l’arrivo di Amalia Grè (Amami per sempre) conferma la sensazione: interpreta raffinatissima che gioca con voce ed atmosfere, ma non soddisfano né la voce né la musica. Baudo sfora e straborda, accumula un ritardo notevole, anche se sembra non importargliene molto.

Pier Cortese (Non ho tempo) fa perciò il suo meglio, con una canzone delicata e fascinosa dal ritornello cantabile. Lo spettacolo non è fiacco, semplicemente non c’è, ed anche le canzoni non brillano per presenza. Almeno Fabio Concato (Oltre il giardino) porta un pezzo duro e lieve, funereo ed emozionante, sebbene faticoso. Molto faticoso l’ascolto di Elsa Lila (Il senso della vita): look alla Oxa, voce alla De Sio, canzone alla Dion, testo non male. Malissimo, e spiace che sia coinvolto Gino Landi, la regia che per non impazzire come ieri fa solo campi lunghi. E il ritardo è cosmico.

L’arrivo dei Velvet (Tutto da rifare), a fine serata, ci fa perciò tirare un sospiro di sollievo: il look è ironico, il sound gradevole ma la canzone non parte (qualcuna lo ha fatto in questa serata?) ed è banale e svogliata ad un tempo.

Tra i giovani passano Elsa Lila, Sara Galimberti, Romina Falconi e Fabrizio Moro. E come ieri, la lentezza ed un’idea di spettacolo a dir poco antiquata, fa scivolare tutto nell’indifferenza. Pensare che un tempo potevamo dirci fans di Sanremo.

 

Emanuele Rauco

 


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