In effetti mancava solo quello: dopo l'omosessualità maschile e
femminile, la mafia, la morte ed il sesso, la droga è l'unico argomento
che mancava di essere sdoganato. E non intendiamo in senso tragico e
moralistico, ma con occhio più lucido e realistico.A farlo ci ha pensato Weeds, dissacrante e spiazzante serie americana (produzione Showtime), trasmessa da Rai 2, intorno alle 00,30, a giorni variabili (di solito il mercoledì), che racconta di una donna con figli a carico che dopo la morte del marito, senza eredità milionarie, ha trovato un solo modo per sbarcare il lunario: spacciare marijuana.
Creata da Jenji Kohan, già autrice di lungo corso in tv e produttrice anche di "Will & Grace", una commedia intelligente e molto originale, non di situazione e quindi più divertente (come dicevamo nel precedente articolo "La nuova libertà di ridere"), che racconta senza forzature e con naturalezza il mondo di oggi, la sua parte depressa e triste e che inaspettatamente diventa buffa ed arguta, scegliendo di interessarsi a storie comuni e riconoscibili che diventano all'improvviso bizzarre, stonate, high direbbero gli americani, come i ragazzi sotto effetto di erba o fumo.
Ed infatti, la prospettiva scelta per il racconto è proprio quella dell'erba, della marijuana, dalla produzione (in una casa privata, con una sboccata e grottesca famiglia di colore) alla distribuzione, senza escludere i rischi nell'affrontare a viso aperto i giri malavitosi nè i ritratti dei clienti di Nancy, donna fragile che ha trovato in sè, e negli stupefacenti, la possibilità di una nuova vita.
A fianco a lei, a chiudere il ritratto di un quartiere residenziale californiano non distante- sebbene meno grottesco -da Wisteria Lane, Celia, l'amica del cuore, una donna che ha accumulato tanta felicità da essere depressa e che, nella disperata ricerca di una ragione per vivere, si sfoga con la figlia in sovrappeso e col marito mediocre, trovando un barlume di vita nell'apparentemente eccitante avventura "imprenditoriale" dell'amica.
Il vero punto di forza della serie, oltre un eccellente cast capitanato da Mary Louise Parker (vincitrice di un Golden Globe battendo le 4 casalinghe disperate) e Elizabeth Perkins (anche lei plurinominata), è il modo irriverente, persino iconoclasta, con cui descrive gli strati e le icone della società, a partire proprio dalla marijuana, descritta e raccontata per quello che è- un'erba che rilassa e distende i sensi, che aiuta i malati e i nervosi -senza moralismi proibizionisti nè deliri di propaganda, ma usando un realismo anche crudo e volgare che si sposa bene con l'ironia acuta e sottile della serie.
Si ride, ma si guarda anche uno spaccato di mondo che, pur senza drammi, è inevitabilmente alla deriva, tanto che forse, meglio di piangere, è tirare una boccata.
Emanuele Rauco







