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La nuova libertà di ridere

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The OfficeE' stato per molti anni uno dei generi cardine della tv, prima americana poi europea, forse perchè era un prodotto tipicamente televisivo: in studio, registrato quasi in un unico colpo con 4-5 telecamere, il pubblico in studio che partecipava ed una costruzione (a)narrativa perfetta per gli spot pubblicitari: la situation comedy, per gli amici sitcom. Poi, all'alba degli anni'70, sulla scia di un grande film di Robert Altman, "M.A.S.H.", si è cominciato a capovolgere la situazione: girato in 16mm anzichè in video, con molti esterni ed un linguaggio cinematografico, senza risate- vere o registrate che siano -che hanno sempre dato idea di falsità (anche se la colpa spesso è dei doppiaggi), ma soprattutto con storie che non sono semplici raccolte di gag o di "situazioni", ma veri e propri racconti buffi, con personaggi veri. L'occasione per parlare di questo tema ce lo dà il bellissimo giovedì sera di Mtv (in replica la domenica alle 14 ed alle 23,30), che allinea a partire dalle 21, "Scrubs" e la folgorante novità "The office", due esempi di come la comicità televisiva possa fare a meno di famiglie di 15 elementi, equivoci e scambi sessuali tutti sotto lo stesso tetto (chè le location costano): se la serie medica di Bill Lawrence, alla 5^ stagione, già la amiamo e conosciamo, con il suo mix di parodia, schermaglie amorose, commozione trattenuta e follia surreale, una vera sorpresa- almeno per lo spettatore in chiaro -è la serie creata, prodotta, scritta ed interpretata da Ricky Gervais, che indaga con occhio lucido e caustico nel mondo del neo lavoro.

Usando il pretesto della presenza di un uomo che riprende ed intervista gli impiegati, Gervais (uno strepitoso Andy Brent) usa il linguaggio del documentario per ritrarre un ufficio tipico del terziario inglese ed europeo, fatto di rivalità, meschinità, incomprensioni, colpi bassi, iscritti in una riflessione davvero acuta su come si struttura il nuovo mondo del lavoro e come si vive all'interno di un ufficio figlio della nuova globalizzazione. Davvero notevole: nonostante le poche puntate (12, + 2 specials) ha segnato un punto di svolta, forse (il suo remake U.S.A. veleggia alla grande).
Sempre il giovedì, alle 23,50 su Italia 1va in onda un'altra delle nuove gemme della risata tv: My name is Earl, la sitcom della CBS che ha vinto meritatamente quest'anno l'Emmy per la miglior regia e sceneggiatura in una commedia; e che in poche parole fa sbellicare dalle risate, soprattutto perchè tenta con un certo successo di riproporre la formula dei Simpson, fatta di scorrettezze ed emozione, squallore e sentimenti, in un contesto di bizzarra bastardaggine che funziona. Per non parlare del cast da urlo, nessuno escluso.
Per non parlare di altre serie che sono già passate o stanno per passare sui nostri schermi, e che testimoniano di un nuovo modo di intendere la risata, specie se sul piccolo schermo (se ne accorgeranno mai le reti nostrane, Camera cafè a parte?): non bastano un pò di attori bravi e noti, le battute già sentite molte volte ed un pugno di scrittori di sicuro talento, e non a caso il genere, nel senso classico, è in debito di pubblico e consensi (salvo "Due uomini e mezzo"), si cerca di conservare il proprio pubblico senza sorprese ("La vita secondo Jim") o si chiude quando si è ancora in gloria ("Will & Grace", una delle migliori sitcomedy di sempre).
Senza però riuscire a fronteggiare una voglia di modernità e futuro che si fa piede, in questa nuova età dell'oro televisivo, anche se si tratta di ridere e svagarsi, come ci insegna il grande e poco consciuto (in Italia) Larry David, che prima con "Seinfeld" e recentemente con "Curb your enthusiasm" ha dato nuovo senso alla parola risata in tv, scegliendo la vita vera, quotidiana, come ilare campo di gioco.

Emanuela Rauco

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