Finalmente una soddisfazione, per tutti noi veri telefili: quando il 18 settembre, su Italia 1, Dr.House-medical division, ha battuto il tristissimo Wild West con un ascolto che oscillava tra i 3.800.00 e i 4.800.000 spettatori (cifre che non ha raggiunto neanche Lost), abiamo esultato e sosppirato di sollievo.Oltre alla Parietti, quella sera sono caduti anche Bonolis e la fiction di Rai 1: generando il caos, tanto che i giornali si sono sbizzarriti nel cercare ragioni e motivazioni di palinsesto, nell'attribuire colpe e meriti, seguiti dai responsabili di rete che hanno cominciato a disfare gli schemi orari giornalieri, come se in redazione fosse passato un monsone.
E così, il medico misantropo è stato spostato al mercoledì, giorno bollente perchè la Rai mette in campo due delle sue corazzate: la Champion's League su Rai 1 e L'isola dei famosi su Rai 2. Giovedì mattina alle 10 circa non ci si poteva credere: Gregory House aveva tenuto botta, perdendo di pochissimo contro la partita dell'Inter e pareggiando contro il reality-colosso della Ventura, che quest'anno- vista anche l'assoluta nullità dei suoi protagonisti -ancora non ingrana.
Questo porta a alcune riflessioni, sia nel merito del valore della serie in questione, forse la migliore per ora tra quelle programmate in chiaro, sia su come i serial stanno assumendo un valore sempre più forte all'interno dell'immaginario, specie giovanile-appena adulto, ed anche su come la programmazione generalista si stia avviando all'auto-distruzione: l'eccesso davvero disumano di reality show, tra l'altro di basso profilo (come altro definire Circus o La pupa e il secchione), non può che portare disaffezione, acuita dall'invadenza di trasmissioni o surrogati che riempiono l'aria televisiva di chiacchiere centrato sul nulla assoluto. E' perciò naturale che lo spettatore non completamente assuefatto o lobotomizzato preferisce appassionarsi a qualcosa che riveli l'arte della narrazione (le serie americane, appunto) o ad una realtà non mediata da presunte emozioni (programmi come Ballarò, Annozero o Report), piuttosto che a telenovele abborracciate che non soddisfano neanche la perversione voyeuristica che ormai sembra l'unico mezzo di comunicazione vigente.
Consideriamo poi che con la 2^ stagione, Italia 1 è andata sul sicuro visto che avuto la stessa escalation anche negli States, insidiando i programmi al top e superata in crescita solo da Grey's anatomy; va detto però che non per tutti la rivoluzione è stata benefica. Amadeus è stato cancellato dal preserale, Bonolis retrocesso al suo posto, Circus ancora rimbalza in cerca di collocazione (pare lo metteranno contro House: sono impazziti!) così come il far west di Rai 2; C.S.I.-Miami è passato al giovedì (dopo un venerdì discreto) e The O.C. paga lo spostamento alla domenica dove viene battuto da Navy N.C.I.S. (le cui repliche fungono anche da tappabuchi per i vuoti lunedì sera) e persino da Colombo!
Considerato tutto questo, soprattuto l'importanza che la serialità assume via via nello spazio quotidiano (come dimostra anche il successo delle reti satellitari dedicate), non si può non pensare a come il successo di questi prodotti, comprati per un pubblico "di nicchia" ad un prezzo relativamente concorrenziale, sia una spina nel fianco dei programmatori, che si trovano di fronte al fallimento di programmi che costano cifre enormi, tra produzione e promozione, e che dovrebbero essere punte di diamante della stagione.
Per questo è naturale che i responsabili dei network non si facciano scrupoli ad architettare complicati spostamenti, a trattare le serie come figlie di un dio minore ed a considerare il rispetto verso il pubblico dei telefilm come un optional verso milioni (e non pochi) di spettatori consideranti solo come una minoranza urlante di noiosi fanatici. Anche se non sono più minoranza, anche sa hanno ragione, anche se contribuiscono al loro- poco meritato -stipendio.
Emanuele Rauco
Consideriamo poi che con la 2^ stagione, Italia 1 è andata sul sicuro visto che avuto la stessa escalation anche negli States, insidiando i programmi al top e superata in crescita solo da Grey's anatomy; va detto però che non per tutti la rivoluzione è stata benefica. Amadeus è stato cancellato dal preserale, Bonolis retrocesso al suo posto, Circus ancora rimbalza in cerca di collocazione (pare lo metteranno contro House: sono impazziti!) così come il far west di Rai 2; C.S.I.-Miami è passato al giovedì (dopo un venerdì discreto) e The O.C. paga lo spostamento alla domenica dove viene battuto da Navy N.C.I.S. (le cui repliche fungono anche da tappabuchi per i vuoti lunedì sera) e persino da Colombo!
Considerato tutto questo, soprattuto l'importanza che la serialità assume via via nello spazio quotidiano (come dimostra anche il successo delle reti satellitari dedicate), non si può non pensare a come il successo di questi prodotti, comprati per un pubblico "di nicchia" ad un prezzo relativamente concorrenziale, sia una spina nel fianco dei programmatori, che si trovano di fronte al fallimento di programmi che costano cifre enormi, tra produzione e promozione, e che dovrebbero essere punte di diamante della stagione.
Per questo è naturale che i responsabili dei network non si facciano scrupoli ad architettare complicati spostamenti, a trattare le serie come figlie di un dio minore ed a considerare il rispetto verso il pubblico dei telefilm come un optional verso milioni (e non pochi) di spettatori consideranti solo come una minoranza urlante di noiosi fanatici. Anche se non sono più minoranza, anche sa hanno ragione, anche se contribuiscono al loro- poco meritato -stipendio.
Emanuele Rauco







