Stavolta, al contrario del solito, Italia 1 si è data una mossa. Ha fatto cominciare la nuova stagione di una delle sue serie di punta a poca distanza dalla fine della precedente (e a poche settimane dalla fine dell'anteprima sul digitale terrestre).Spiagge, acque oceaniche, palme, sole cocente e corpi abbronzati in cui si specchiano solitudini, drammi, orrori piccoli e grandi, squallori quotidiani: The O.C., il martedì alle 21,00, è l'inferno ed il paradiso, il sogno e l'incubo, nella stessa ubicazione geografica. Orange County. Newport beach. California. Dove le oasi viziate e benestanti nascondono stagni infetti; ma senza le estremizzazioni inquiete e devastanti che partono da Peyton Place e arrivano Twin Peaks, semplicemente la serie creata da Josh Schwartz è la semi parodia del mondo fasullo e luccicante, striato di strass e perline, delle soap operas.
In pratica la versione acidula di "Beverly Hills, 90210". Ancora più semplicemente, "The O.C.", cerca di rispondere al successo di "Una mamma per amica" drammatizzandone e rendendo corale la struttura: due o tre famiglie, equamente divise tra ragazzi e adulti (chè la Fox ha un target un pò più adulto e smaliziato della WB), i cui piccoli e grandi problemi si incrociano ripetutamente, tra amore, avidità e perdizioni varie, tra l'ironia sagace e quasi metanarrativa di Seth Coen e Summer Roberts, e la tendenza al dramma di Marissa Cooper e Ryan Atwood.
Ma se il melò da ricchi è pratica narrativa che risale al 2° dopoguerra, la modernità della serie è di prendersi continuamente in giro, in modo più sottile delle già citate Gilmore Girls, saltando continuamente tra la seriosità dei colpi di scena e le caratterizzazioni ironiche, se non proprie grottesche, dei suoi personaggi: non solo nei toni umoristici dei caratteri già citati, ma soprattutto nei modi in cui i coli di scena o i vilains vengono trattati, come fossero la norma, come in una sorta di fumettone che ha ben presente i suoi limiti e su questi ci ricama.
Non a caso, più che gli attori giovani- tra cui si distingue Adam Brody ed in parte Rachel Bilson -il meglio della serie sono gli adulti, con Peter Gallagher a far da capofila, che meglio riescono ad incarnare questa sfumatura giocosa ma anche, in un certo senso riflessiva: come se la messa in scena di una sconfitta di classe, passasse dall'irrisione perpetua e beffarda, ad uso e consumo di chi invece la vive e si rispecchia (e da lontanissimo, senza timore d'eresia, ci pare di scorgere l'ombra di Bunuel).
Ma senza andare troppo per il sottile la serie riesce a fare il suo dovere primario: emozionare i ragazzi, divertire gli adulti. E ci riesce in virtù di un cast ben amalgamato, con le figure di Melinda Clarke (Julie Cooper) e Alan Dale (Caleb Nichol), coppia "diabolica" che ricorda da vicino i J.R. e le Alexis di memoria anni '80.
Giunti così alla terza stagione (in America è ai nastri di partenza la quarta), con i primi due episodi già in archivio, possiamo dire che i troppi tentennamenti della 2^ stagione sembrano dimenticati, che le storie sembrano da subito più intriganti e che le promesse appaiono di livello superiore, con nuovi personaggi in arrivo e "nuove prospettive" in agguato.
Sperandosempre che la carne al fuoco non sia di nuovo troppa, a rischio di non cuocersi più.
Emanuele Rauco
Ma se il melò da ricchi è pratica narrativa che risale al 2° dopoguerra, la modernità della serie è di prendersi continuamente in giro, in modo più sottile delle già citate Gilmore Girls, saltando continuamente tra la seriosità dei colpi di scena e le caratterizzazioni ironiche, se non proprie grottesche, dei suoi personaggi: non solo nei toni umoristici dei caratteri già citati, ma soprattutto nei modi in cui i coli di scena o i vilains vengono trattati, come fossero la norma, come in una sorta di fumettone che ha ben presente i suoi limiti e su questi ci ricama.
Non a caso, più che gli attori giovani- tra cui si distingue Adam Brody ed in parte Rachel Bilson -il meglio della serie sono gli adulti, con Peter Gallagher a far da capofila, che meglio riescono ad incarnare questa sfumatura giocosa ma anche, in un certo senso riflessiva: come se la messa in scena di una sconfitta di classe, passasse dall'irrisione perpetua e beffarda, ad uso e consumo di chi invece la vive e si rispecchia (e da lontanissimo, senza timore d'eresia, ci pare di scorgere l'ombra di Bunuel).
Ma senza andare troppo per il sottile la serie riesce a fare il suo dovere primario: emozionare i ragazzi, divertire gli adulti. E ci riesce in virtù di un cast ben amalgamato, con le figure di Melinda Clarke (Julie Cooper) e Alan Dale (Caleb Nichol), coppia "diabolica" che ricorda da vicino i J.R. e le Alexis di memoria anni '80.
Giunti così alla terza stagione (in America è ai nastri di partenza la quarta), con i primi due episodi già in archivio, possiamo dire che i troppi tentennamenti della 2^ stagione sembrano dimenticati, che le storie sembrano da subito più intriganti e che le promesse appaiono di livello superiore, con nuovi personaggi in arrivo e "nuove prospettive" in agguato.
Sperandosempre che la carne al fuoco non sia di nuovo troppa, a rischio di non cuocersi più.
Emanuele Rauco







