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Cronaca e critica della serata finale di Sanremo 2009

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sanremo_finale_2009.jpgSi dice da sempre, si dirà ancora per chissà quanti anni, a prescindere o meno dalla sua verità: il festival è lo specchio musicale della società italiana. Non sappiamo se lo specchio si sia rotto, o se siamo noi a sfuggire al suo riflesso, ma se l’Italia rappresentata da queste canzonette è reale c’è poco da stare allegri, bisognerebbe rinnovare subito i passaporti e partire per luoghi dove queste melodie non possono raggiungerci.
Vince Marco Carta, secondo Povia, terzo Sal Da Vinci. Un popolo di ragazzine brufolose e poco spigliate assuefatte al cellulare – dal quale televotano – che tollera gli omosessuali, in quanto, poverini, sono infelici e al quale si apre il cuore a sentire quelle patetiche e ricattatorie melodie napoletane, spacciate dal solito clan D’Alessio. Forse è una semplificazione, ma a sentire e vedere chi popola le nostre strade e le nostre metropolitane, c’è da credere ci sia del vero.
La 59ª edizione della più popolare kermesse musicale italiana spegne le sue luci sul tripudio di ascoltatori, una media di 10 milioni nelle 5 serate, con picchi di 16 milioni e 75% di share, e sulla constatazione che il pubblico, anche quello attivo del festival, non è propriamente al passo coi tempi. O perlomeno, sceglie il palco di Sanremo per mettere in scena i suoi gusti deteriori.
Tutto questo, se avessimo fiducia ancora che Sanremo sia una gara, che il potere dei discografici non c’entri nulla e, soprattutto, se volessimo credere che il Festival sia una questione di musica. Mentre la dilagante e onnipresente partecipazione di Paolo Bonolis, dietro e davanti le quinte, la presenza di Maria De Filippi come co-conduttrice della finale (per onorare il programma da cui il vincitore ha avuto origine), la stanza d’albergo prenotata a nome di Sal Da Vinci il giorno dopo la sua momentanea esclusione, per permettere al capo clan Gigi di poter cantare col suo affiliato due giorni dopo, ci fanno francamente pensare il contrario.
E così, consapevoli e tutto sommato un po’ menefreghisti, ci prestiamo a tirare le somme dell’edizione di questo anno, un’edizione che – come si diceva – vede vincitore assoluto il presentatore e direttore artistico Bonolis, che a fronte di un cachet di 1 milione di Euro (quasi come il signor Bonaventura) si è dannato l’anima, spadroneggiando sul palco per più di 20 ore, cantando, ballando, facendo esercizi ginnici (molto meglio di quanto non facesse Pippo Baudo), infarcendo gag e frizzi e lazzi, presentando, stimolando la lacrimuccia e persino l’indignazione del pubblico. Un perfetto demagogo. Il più grande uomo politico – intendo la politica come showbiz – che l’Italia abbia mai avuto. La sua filippica contro le istituzioni che dimenticano i malati era un pezzo di teatro sublime, per scelta di toni e tempi. E della sincerità, chissene importa, è la televisione.
Paolo nostro però non ha saputo arginare il gravissimo problema strutturale e televisivo dei festival degli ultimi anni: l’insopportabile lunghezza della kermesse, della macchinosa gara, delle singole puntate, tanto lunghe – per ragioni di monopolio degli spazi pubblicitari, specie in un’edizion a colpo sicuro come questa – che anche nelle serate in cui c’erano 20 canzoni, le interviste ai padrini e ai duetti, ospiti musicali vari, le sbrodolate e i buchi da riempire erano comunque tanti: e così attori e vecchi satiri (Hefner, non Benigni) a dare tocchi di patetismo e spaesamento strapagato – con pornostar nude “per protesta” – alternati a tirate di umanitarismo generico e, come detto, genialmente demagogico.
Quello che ci preme segnalare, e che a nostro avviso è il principale punto a favore di questo festival, è la ritrovata centralità, nell’economia dello spettacolo, della musica: si badi bene, non della sua qualità, né del meccanismo della gara (rispettivamente irritante e obsoleto), bensì delle canzoni e della componente musicale come elemento centrale del carrozzone. Le canzoni in gara a fare da scheletro e spina dorsale, ma anche il bisogno di confrontarsi coi grandi della musica e dello spettacolo italiani, prima il giovedì – quando i giovani dettavano con i loro padrini – e poi il venerdì – quando ai big toccava di dettare con partner meno nobili, ma almeno reinterpretando le canzoni – o stranieri (Annie Lennox), persino un costante gioco con l’orchestra, coi suoi membri, con i loro suoni. Se non è stata una gara canora tout court (e meno male, ce ne sono fin troppe in giro), è stato uno show musicale, con la vena “politicamente impegnata” che da sempre contraddistingue l’abilità di Bonolis. Che sbaglia solo nel continuare a portarsi in giro Luca Laurenti, col quale non può far altro che riciclare vecchie barzellette, o vecchi e lunghissimi sketch da altri programmi.
La canzoni, l’avete letto durante i nostri articoli, non sono state particolarmente brillanti e stavolta, gli unici a convincere veramente sono stati gli Afterhours, seguiti dalla freschezza di Niky Nicolai e Dolcenera e dalla forza vocale di Iva Zanicchi. Il resto sono i soliti luoghi comuni musicali e poetici, declinati con scolastica prevediblità (Pupo, Paolo Belli e Youssou N’Dour) o meschina piattezza mentale (i Gemelli Diversi, nadir della storia sanremese assieme agli Eiffel 65 di qualche anno fa). E tra i giovani, come i più attenti  sanno, la situazione è la stessa e si porta la stessa concezione di musica e canzone vecchie che si crede siano le uniche possibili per Sanremo. E invece no, perché tra Silvia Aprile, l’inadeguata Barbara Gilbo e l’impresentabile Per Bellini, è bastata una voce pulita, una melodia d’antan e un look lunare per fare breccia: e la formula “sincera” di Arisa vince.
Promosso il festival, almeno dal pubblico, promosso e riconfermato Bonolis, tutti felici. Non ci siamo dimenticati di vallette e modelli vari. L’ha fatto Paolo per tutto lo spettacolo. E poi dicono di Baudo, che era un onnipresente protagonista.

Emanuele Rauco

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